21 Gennaio 2026

Cinema & Berlinale

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Madre in pezzi: recensione del film di Mary Bronstein e l’Orso d’Argento a Rose Byrne

Rose Byrne è Orso d'Argento per la miglior recitazione

Un ritratto di maternità sotto pressione e un premio strameritato: If I Had Legs I’d Kick You oscilla tra senso di sopraffazione e claustrofobia

 

Ritratto sensoriale: virtù e limiti di un cinema che sfida lo spettatore

Madre in pezzi: recensione del film di Mary Bronstein e l’Orso d’Argento a Rose Byrne

Linda è una psicoterapeuta che vive a Montauk con la sua famiglia in quello che sembra un equilibrio già precario. La figlia soffre di una patologia alimentare che richiede un tubo di alimentazione gastrico e cure costanti. Linda, tra grandi disagi, partecipa ogni giorno a visite e trattamenti in favore della bambina. La situazione familiare è resa ancora più fragile dall’assenza del marito, un capitano di nave lontano per lavoro, e da un rapporto sempre più teso con il proprio terapeuta – personaggio interpretato da Conan O’Brien – che a tratti diventa quasi un’antagonista psicologico. La goccia che fa traboccare il vaso si verifica quando il soffitto dell’appartamento crolla, allagando la casa e costringendo Linda e sua figlia a trasferirsi in un motel fatiscente. Qui, la routine si trasforma in un incubo, dove il ronzio della pompa di alimentazione della bambina, l’insonnia e i tentativi di riparazione della casa non fanno altro che accrescere il senso generale di isolamento.

Tra i corridoi di motel, code per visite mediche, inutili telefonate con il marito ed eventi tra il surreale e il grottesco, il film traccia la discesa emotiva di Linda: dall’accettazione alla frustrazione crescente, passando per il rifiuto, il cinismo e lo spaesamento. Le esperienze in cui Linda cerca sollievo in alcol, marijuana o cibo spazzatura sottolineano come il ruolo di madre e di lavoratrice terapeutica si trasformi in una spirale di alienazione e auto‑perdita.

Su questa traiettoria discendente Mary Bronstein costruisce il film senza offrire rassicurazioni e men che meno un lieto fine. If I Had Legs I’d Kick You procede per sovrapposizioni, non per progressione. Scena dopo scena si aggiunge pressione emotiva, con un vago senso di claustrofobia, senza intravedere brandelli di redenzione.

La regia insiste come una macro con attitudine claustrofobica, aderendo allo stato mentale della protagonista. Il risultato è un’esperienza immersiva, faticosa, che chiede allo spettatore di condividere lo sfinimento di Linda.

La scelta di tenere la figlia quasi sempre fuori campo, ridotta a voce o rumore, è uno degli elementi che la eleva a dispositivo di stress permanente. Allo stesso modo, il lavoro di Linda come terapeuta, invece di funzionare da ammortizzatore si rivela uno specchio deformante che rinvia a incapacità. Ne deduciamo che la Bronstein sembra interessata più alla sensazione di collasso che alla sua elaborazione, e in questo senso il film appare volutamente monotono, quasi ostinato nel ribadire lo stato emotivo.

Rose Byrne con l’Orso d’Argento

All’interno di questa struttura rigida, la prova di Rose Byrne emerge con evidenza. Non a caso, alla Berlinale il film è stato premiato con l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione quale protagonista (Best Leading Performance), riconoscimento unico e non più diviso per genere. Byrne costruisce una Linda costantemente sull’orlo, evitando qualsiasi compiacimento melodrammatico: il suo corpo, il volto, la voce diventano strumenti di una tensione che non esplode mai del tutto, ma si consuma lentamente. Un eccellente lavoro di controllo che sorregge il film anche nei suoi momenti più ripetitivi.

Resta però la sensazione che If I Had Legs I’d Kick You confonda, a tratti, l’intensità con la profondità. Il disagio è autentico, il ritratto è coerente, ma la messa in scena sembra raramente interrogarsi su ciò che accade oltre lo stato di emergenza. Il finale, volutamente aperto e non risolutivo, conferma questa impostazione: non una svolta, ma un ritorno forzato alla realtà dopo il collasso.

Nel complesso, il film di Bronstein si impone come un film rigoroso, capace di intercettare un immaginario contemporaneo fatto di esaurimento e solitudine, ma anche come un’opera che rischia di esaurire le proprie possibilità espressive nella reiterazione del trauma. Un film sostenuto da una grande interpretazione e da coerenza formale, che però lascia allo spettatore più una sensazione di resistenza che di scoperta.

La scheda sul sito della Berlinale

stelle 3 e mezzaIf I Had Legs I’d Kick You
di Mary Bronstein (regia, sceneggiatura)
con Rose Byrne, A$AP Rocky, Conan O’Brien, Danielle Macdonald, Ivy Wolk, Lark White, Daniel Zolghadri, Delaney Quinn
Usa, 2024
Lingua: inglese
Durata: 113’
Colore & bianco/nero
Prima internazionale
Selezione ufficiale: Concorso
Direttore della fotografia: Christopher Messina
Montaggio: Lucian Johnson
Sound design: Filipe Messeder
Scenografia: Carmen Navis
Casting: Geraldine Barón, Salome Oggenfuss
Produzione: Sara Murphy, Ryan Zacarias, Ronald Bronstein, Josh Safdie, Eli Bush, Conor Hannon, Richie Doyle