Yunan
Aggiornamento: Yunan uscirà anche in Italia sotto la distribuzione di Fandango a partire dal 24 luglio 2025.
Coproduzione tra Europa e mondo arabo, Yunan segue un uomo sospeso tra desiderio di sparire e possibilità di restare
Yunan di Ameer Fakher Eldin: respirare di nuovo, lentamente, tra esilio e quotidianità
Munir (Georges Khabbaz) è uno scrittore arabo che vive in Germania. Vittima di alcuni problemi di salute, tormentato da ricordi e insoddisfazione, è in cerca di un rifugio che, pur senza meta, troverà in una piccola comunità. Ma la sua stanchezza, come detto, non è solo fisica. L’isolamento, al riparo dai rumori della città, gli appare come l’ultimo tentativo possibile.
Il luogo prescelto, però, riserva alcune sorprese. Trova infatti alloggio in una piccola pensione affacciata sul Mare del Nord, gestita da Valeska (Hanna Schygulla), una donna anziana, sola, che vive con il figlio Karl (Tom Wlaschiha).
Il luogo è spoglio, minimo il comfort: stanze silenziose, pasti in solitudine, un paesaggio grigio, autunnale, dominato dal vento e dall’acqua. Munir è in disparte su tutto, ma il suo isolamento non è ostile. Sembra, invece, difensivo.
I suoi pensieri viaggiano in un luogo lontano, nella vita di un pastore e di sua moglie, sua madre. Sono scene frammentate, come se mancassero dei pezzi, ma Munir sente il bisogno di riallacciarsi lì, in un luogo che non può raggiungere.
Con il passare dei giorni, il rapporto con Valeska si trasforma. La donna ha una speciale sensibilità (sa più di quel che lascia intendere) e intuisce la fragilità dell’ospite. Inizia ad aiutarlo senza invadere il suo disagio: si occupa di lui con delicatezza, lo accudisce ed è presente. Lentamente, tra i due nasce un rapporto basato su gesti di quotidianità: piccole conversazioni, qualche passeggiata, qualche sguardo più lungo. Karl, inizialmente diffidente, si posiziona con equilibrio.
Il film procede con calma su questo binario, senza accelerazioni, mostrando come il contatto umano, anche minimo, possa riaprire uno spazio di possibilità. L’idea del gesto estremo, mai esplicitata ma sempre presente, perde lentamente forza, cambiando l’ordine delle priorità.

Yunan è l’unico film di area araba selezionato quest’anno. È una coproduzione complessa che coinvolge Germania, Canada, Italia, Palestina, Qatar, Giordania e Arabia Saudita: una geografia produttiva che sembra riflettere il cuore del film, il tema dello sradicamento, della perdita di radici e il dramma della non appartenenza a nulla.
La regia di Ameer Fakher Eldin avrebbe per noi meritato (molto) di più: non si cerca il colpo di scena né il pathos facile. È solo la storia di un uomo che ha perso il mondo. E non è poco. Il film tratta il tema dell’integrazione, mostrando quanto questa sia fragile e concreta allo stesso tempo. Anche se costituita da una costellazione fragile di piccole attenzioni e momenti di relazione, per quanto minimi, è la loro quantità e qualità a permettere di restare a galla.
Nato a Kyiv nel 1991 da genitori siriani originari delle Alture del Golan, oggi di casa in Germania, Fakher Eldin offre un film raro per delicatezza e coerenza. Il suo cinema mette in luce la sofferenza dell’anima con semplicità. E a volte basta qualcuno che resti, senza fare domande inutili. Per un pubblico giovane, è un invito a rallentare e a guardare l’altro senza filtri ideologici.
La scheda sul sito della Berlinale
Yunan (2025)
Regia e sceneggiatura: Ameer Fakher Eldin
Paesi di produzione: Germania / Canada / Italia / Palestina / Qatar / Giordania / Arabia Saudita
Anno: 2025
Lingue: tedesco, arabo
Durata: 124’
Formato: Colore
Anteprima: World premiere
Interpreti
Georges Khabbaz (Munir)
Hanna Schygulla (Valeska)
Ali Suliman (Shepard)
Sibel Kekilli (Shepardess)
Tom Wlaschiha (Karl)
Nidal Al Achkar (Madre di Munir)
Francesco Pensovecchio, classe 1969, è giornalista e risiede a Palermo. È Editor-in-Chief di Cinema & Berlinale. Ha collaborato con varie testate tra cui Wineinsicily per Assovini Sicilia, Slow Food Italia, Giunti Editore, Giornale di Sicilia, Gambero Rosso, Falstaff e Cronache di Gusto. Segue attivamente la Berlinale dal 2011.

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