21 Gennaio 2026

Cinema & Berlinale

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Leibniz e il ritratto scomparso: un’immagine perduta e recuperata dal Cinema di Edgar Reitz

Nella foto, Edgar Selge e Aenne Schwarz / © Ella Knorz

 

Berlino, 1704. Al culmine della sua carriera intellettuale, il filosofo e matematico Gottfried Wilhelm von Leibniz riceve un invito da Sofia Carlotta di Hannover, sua allieva e grande estimatrice, per farsi ritrarre in un dipinto.

Una breve nota storica: figlia di Ernesto Augusto di Hannover e di Sofia del Palatinato (suo fratello maggiore diverrà Re Giorgio I di Gran Bretagna), Sofia Carlotta fu una figura chiave nella promozione della cultura, creando novità e una corte vivace nella capitale. In particolare, intrattenne una profonda relazione intellettuale e epistolare con il filosofo, suo consigliere e amico, che la visitò spesso. Alcuni dipinti storici, tra l’altro, li ritraggono assieme.

Leibnitz accetta e la realizzazione del ritratto, destinato a essere esposto con ogni cura nella dimora reale berlinese, diventa il fil-rouge di tutta la storia. Le sessioni di posa si trasformano rapidamente da pratiche artistiche a veri e propri confronti sul senso profondo dell’arte, della rappresentazione e del pensiero.

All’inizio arriva Pierre‑Albert Delalandre, un pittore di corte francese con tele già quasi complete che richiedono solo l’aggiunta del volto del filosofo. I due uomini entrano però in un acceso scambio dialettico: Delalandre insiste sulla tecnica, sulla forma e sulle convenzioni, mentre Leibniz instilla dubbi sul possibile rapporto tra un’immagine e l’essenza di un individuo. Il confronto sfuma e il pittore, esasperato dalle digressioni metafisiche, abbandona il progetto.

Al suo posto giunge Aaltje van de Meer, giovane pittrice fiamminga che, pur non appartenendo alla corporazione dei pittori, possiede uno sguardo libero e irrequieto. Tra lei e Leibniz si intrecciano discussioni sull’arte, la luce e la verità; la camera diventa una palestra di idee, domande e intuizioni. Le sedute di posa si allungano, l’intimità cresce: non solo un volto da catturare su tela, ma un’intera concezione del mondo da sondare.

La Regina stessa raggiunge Hannover per osservare l’opera in divenire e per condividere quel dialogo. Ma, alla fine, il dipinto, divenuto capolavoro nella narrazione, non arriva mai al pubblico: rimane un’opera “verschollen” (scomparsa), simbolo e cifra di tutto il film.

Leibniz – Chronik eines verschollenen Bildes è un’opera che sfugge alla biografia tradizionale per avvicinarsi a un vero e proprio pensiero visivo: Edgar Reitz, assieme ad Anatol Schuster, non racconta semplicemente la vita di un celebre filosofo, ma traduce in immagini un interrogativo antico: può un quadro catturare l’essenza di una mente?

La scelta di confinare gran parte dell’azione all’interno di pochi spazi, l’atelier, il giardino, il salone, e di concentrare il dialogo non su eventi ma su idee conferisce al film la qualità di un grande duello tra immagini e linguaggio, tra pittura e filosofia. Leopold Von Ranke avrebbe potuto suggerire che la storia va ricostruita com’era effettivamente accaduta; qui, invece, Reitz ci ricorda che non si può mai davvero separare ciò che vediamo da ciò che sappiamo.

Edgar Selge, nei panni di Leibniz, è un interprete misurato e complesso: non si limita a riflettere la statua del pensatore, ma ne mostra le pie­ghe emotive e la meraviglia intellettuale. La natura dei dialoghi, ora serrata ora lieve, rivela come la dialettica filosofica possa diventare materia cinematografica senza perdere profondità o umorismo.

La figura di Aaltje van de Meer, interpretata da Aenne Schwarz, porta nel film una ventata di freschezza opponendosi alle regole e alle convenzioni del tempo. La sua pittura è un modo per cercare la verità attraverso l’immagine. Il dialogo con Leibniz diventa così un confronto profondo sull’arte, sul pensiero e su come rappresentare l’essere umano.

Formalmente, il film si distingue per un uso sapiente dei chiaroscuri e di un formato quasi pittorico (academy 1.37:1) che coinvolge direttamente le tele che vi si vedono discusse. Ogni inquadratura sembra un dipinto sospeso, pronto ad aprire una riflessione estetica oltre il racconto storico.

Detto questo, qualche spettatore potrebbe percepire questo film come lento. Ma qui le pause sono fondamentali e Leibniz rivela una bellezza rara nel cinema contemporaneo: quella di restituire allo spettatore il valore del pensiero, della meditazione. Non emozioni facili. E vogliamo anche perdonare Reitz per il fatto di non avere restituito una immagine netta del filosofo e del suo complesso e affascinante pensiero. Forse perché il regista ha voluto concentrarsi sull’impegno, sulla tensione nella ricerca del sapere, non nel risultato ultimo.

La scheda sul sito della Berlinale

Leibniz – Chronik eines verschollenen Bildes / Chronicle of a Lost Painting
Regia: Edgar Reitz
Sceneggiatura: Gert Heidenreich, Edgar Reitz
Germania, 2025; 104’; Colore
Lingua: tedesco / Prima mondiale

stelle 4Direzione della fotografia – Matthias Grunsky
Montaggio – Anja Pohl
Musiche – Henrik Ajax
Sound design – Xavier Fleming
Scenografia – Renate Schmaderer
Produzione – Ingo Fliess, Christian Reitz

Edgar Selge – Gottfried Wilhelm Leibniz
Aenne Schwarz – Aaltje van de Meer
Lars Eidinger – Pierre-Albert Delalandre
Michael Kranz – Liebfried Cantor
Antonia Bill – Regina Sophie Charlotte di Prussia
Barbara Sukowa – Elettrice Sofia di Hannover


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