21 Gennaio 2026

Cinema & Berlinale

News in italiano sul festival internazionale del cinema di Berlino

Lost in the 90s: la Retrospective della Berlinale 2026 studia gli anni Novanta (tra cultura pop e videocassette)

Boyz n the Hood (USA 1991) by John Singleton

 

 

E’ ufficiale: la sezione Retrospective della Berlinale 2026, curata istituzionalmente dalla Deutsche Kinemathek e da quest’anno guidata artisticamente da Heleen Gerritsen, avrà il titolo “Lost in the 90s”. La sezione ripercorrerà gli anni in cui il mondo ripensava l’idea di libertà e i confini. Anni che hanno modellato un modo di pensare di cui ancora oggi vediamo gli effetti.

Siamo, infatti, in un’epoca confinata tra la Caduta del Muro, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’incalzare di un capitalismo globale che doveva ancora prendere forma. In quegli anni i registi, da Est a Ovest, s’interrogavano, rimestavano generi e sperimentavano. Era un tempo in cui il cinema non era solo mera rappresentazione di fatti accaduti, ma un luogo fisico e mentale di rottura e scoperta.

Tre le sezioni previste:

  • “Berlin”, che esplora la capitale tedesca dopo la riunificazione;
  • “East Meets West”, dedicata agli incontri tra ex blocchi divisi;
  • “The End of History”, un’interrogazione ironica, parafrasando la teoria di Francis Fukuyama (*), sul trionfo del mercato globale e sulle nuove subculture, sul cinema indipendente, sullo spirito ribelle dei giovani.

Tra i titoli annunciati: film di registi come Ulrike Ottinger, Harun Farocki, Chantal Akerman, Werner Herzog, Krzysztof Kieślowski e John Singleton, ma anche opere meno immediate e outsider che profumano di underground e sperimentazione visiva.

Il contesto in cui si svolgerà questa celebrazione è significativo: per il 2025 la Deutsche Kinemathek si è trasferita in una nuova sede temporanea, l’E‑Werk, una ex sottostazione elettrica trasformata in spazio culturale. La scelta non è casuale: l’E‑Werk non è solo un luogo, è un pezzo di storia berlinese, industriale e urbana, capace di evocare atmosfere di trasformazione, di rinascita, proprio come gli anni Novanta.

Quando si alzerà il sipario su “Lost in the 90s”, non sarà solo un momento nostalgico, ma un invito a riflettere su come la fine di un’era, di una guerra millenaria, di blocchi, ha dato forma a nuove prospettive, e come il cinema è stato specchio e memoria di un caos fertile.


(*) Francis Fukuyama, classe 1952, americano, è professore alla Stanford University, dove insegna Scienze Politiche e dirige il Center on Democracy, Development, and the Rule of Law. Negli ultimi anni ha continuato a scrivere e intervenire su temi come il populismo, il nazionalismo e le crisi delle democrazie liberali, spesso prendendo le distanze dall’ottimismo della sua celebre teoria degli anni ’90. La sua notorietà è legata soprattutto per il suo libro del 1992, “The End of History and the Last Man”.

In quest’opera, scritta poco dopo la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica, Fukuyama sosteneva una tesi provocatoria: la storia, intesa come lotta tra ideologie, era “finita”, perché la democrazia liberale e il capitalismo occidentale avevano trionfato come forma definitiva di governo. La sua teoria ebbe enorme eco negli anni ’90, diventando quasi un’ideologia del nuovo ordine mondiale post-Guerra Fredda. Ma col tempo è stata ampiamente criticata, soprattutto alla luce delle guerre, delle crisi economiche e delle nuove tensioni globali.

Fatta questa premessa, la Retrospective del 2026 si propone di raccontare anche il clima culturale e politico di quegli anni. Intitolare una sezione “The End of History” è un modo colto e ironico per evocare quella falsa sensazione di “fine delle ideologie” e inizio di un’epoca di pace e mercato globale, che fu tipica degli anni ’90, ma che oggi sappiamo essere un’illusione. All’epoca nascevano le subculture alternative, i “slacker”, la resistenza culturale al pensiero unico neoliberista. Ed è proprio quel fermento che questa parte della Retrospective vuole esplorare. Il riferimento a Fukuyama evoca, dunque, il suo pensiero di quegli anni, un punto di vista egemone che il cinema (soprattutto quello indipendente) ha spesso criticato e smontato, in modi anche visivi e stilistici.