14 Aprile 2026

Cinema & Berlinale

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Dahomey, by Mati Diop. L’Orso d’Oro punta il dito sulla colonizzazione occidentale

Dahomey

Dahomey

Vincitore inatteso dell’Orso d’Oro, Dahomey di Mati Diop racconta la restituzione al Benin di opere trafugate durante il colonialismo francese. Un documentario sobrio e intelligente che riflette su memoria, identità e ambiguità della riparazione storica, senza mai cedere alla retorica.

Berlinale 2024, Orso d’Oro a sorpresa a un documentario sulla restituzione coloniale.

Dahomey, by Mati Diop. L’Orso d’Oro punta il dito sulla colonizzazione occidentale

Vincitore a sorpresa della 74ª Berlinale, Dahomey è l’opera seconda di Mati Diop, regista francese di origini senegalesi che nel 2019 si era fatta conoscere a livello internazionale con Atlantique. A sorpresa non perché documentario — alla Berlinale non sarebbe la prima volta che un film non di finzione conquista meritatamente il premio maggiore — ma perché, fino a poche ore dal verdetto, altri titoli sembravano favoriti. E invece no. Dahomey, pur non essendo un film strepitoso (forse proprio ciò che è mancato al concorso di quest’anno), è un’opera solida, stimolante e, soprattutto, capace di porre più domande che risposte. E non è poco.

Il film racconta la restituzione al Benin — un tempo regno del Dahomey — di 26 oggetti trafugati durante la colonizzazione e per anni conservati al Musée du quai Branly di Parigi. Diop alterna le immagini del delicatissimo “trasloco” alla descrizione dei singoli manufatti, fino ad arrivare al dibattito tra gli studenti beninesi: c’è chi accoglie il ritorno delle opere con entusiasmo e chi lo guarda con sospetto, come un contentino tardivo, l’ennesimo gesto neocoloniale. Altri, invece, rivendicano la possibilità finalmente concreta di conoscere una storia dell’arte che non compare nemmeno nei libri di scuola.

Il racconto si sposta poi sull’inaugurazione ufficiale, tra autorità politiche e celebrazioni, e infine sul pubblico, che si aggira tra le sale indugiando nei consueti selfie: ma comprende davvero ciò che sta guardando? A tenere insieme i diversi livelli del film è una scelta formale audace e riuscitissima: Diop dà voce alle statue, affidando loro riflessioni, dubbi, pensieri quasi filosofici, con timbri che ricordano un Darth Vader africano. Un’idea che, nelle mani di un altro regista, avrebbe rischiato il grottesco; qui diventa invece uno degli elementi più distintivi e riusciti dell’opera.

Dahomey
di Mati Diop
Francia / Senegal / Benin, 2024
Documentario, 67 minuti

Press conference:
https://www.berlinale.de/en/2024/programme/202414781.html

 

stelle 3 e mezza