L'Orso d'Oro va a Gelbe Briefe (Yellow Letters) di İlker Çatak. In primo piano © Richard Hübner
Festival di Berlino – I vincitori della Competition
Alla Berlinale 2026 vince l’Orso d’Oro Gelbe Briefe del regista turco İlker Çatak. E i riflettori si accendono sulla Democrazia
Berlino guarda al presente e ai modi di vivere “insieme”. Alla 76ª edizione della Berlinale l’Orso d’Oro va a Gelbe Briefe (Yellow Letters) di İlker Çatak, premiato dalla giuria internazionale presieduta da Wim Wenders. È una scelta che, in fondo, non ci stupisce per una semplice ragione: il cinema internazionale ha intercettato e intercetta il nervo scoperto delle democrazie contemporanee. Vuole capire non solo chi comanda, ma – soprattutto – fino a dove è possibile farlo. Ciò premesso, che la Berlinale fosse un avamposto di un pensiero politico progressista, questo lo sapevamo già.
Il film di Çatak – già autore del fortunato Das Lehrerzimmer – racconta la vicenda di una coppia di artisti turchi, Derya e Aziz, colpiti da una misura repressiva dopo un gesto imprudente alla prima del loro spettacolo. Da quel momento la loro vita si complica: niente lavoro, niente riconoscimento pubblico, poi una lenta emarginazione dalla società.
Çatak sceglie una linea encomiabile: analizza come la pressione istituzionale entri in casa, come la vicenda incrini il matrimonio e distrugga le vite (qui la recensione del film).
Non è un dettaglio che il film sia stato girato in Germania, facendo di Berlino un’Ankara simbolica e di Amburgo un’Istanbul. Una scelta produttiva e poetica insieme, che lo stesso regista spiega come gesto di “esilio” e di universalizzazione. L’idea è brillante: ciò che accade lì può accadere altrove. L’erosione delle libertà non ha confini stabili. Il film, interamente in lingua turca e interpretato da un bel cast, su tutti Özgü Namal e Tansu Biçer, ha una durata di 127 minuti e offre una tensione che cresce scena dopo scena, fino a un confronto finale che lascia lo spettatore con una domanda: che faremmo noi?
Passiamo agli Orsi d’Argento:
La giuria assegna l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria a Kurtuluş (Salvation) di Emin Alper, un film ambientato in un villaggio curdo dove il ritorno di una famiglia riaccende tensioni antiche, tra religione, potere e paura. Un racconto teso, che mostra come il fanatismo possa nascere dall’insicurezza e trasformarsi in tragedia.
L’Orso d’Argento per la Regia va a Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans, ritratto intenso del pianista jazz dopo la morte del suo compagno musicale Scott LaFaro: un film che alterna bianco e nero e colore per raccontare il dolore, la dipendenza e il talento di un artista fragile e geniale.
L’Orso per la miglior interpretazione da protagonista va a Sandra Hüller per Rose, dove incarna una soldatessa che per anni ha vissuto sotto identità maschile: un lavoro fisico, rigoroso, capace di rendere credibile il conflitto tra autodeterminazione e ordine sociale.
Accanto ai titoli più esplicitamente politici, la giuria ha riconosciuto anche opere che lavorano su arte e sentimenti. L’Orso d’Argento Premio della Giuria è andato a Queen at Sea di Lance Hammer, film che fa il bis grazie al doppio riconoscimento per le interpretazioni non protagoniste di Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay.
L’Orso per la migliore sceneggiatura premia Geneviève Dulude-de Celles per Nina Roza, storia che intreccia il mondo dell’arte contemporanea e il ritorno alle origini: dietro l’indagine sull’autenticità dei dipinti di una bambina si nasconde il confronto di un uomo con il proprio passato e con il prezzo dell’emigrazione.
Infine, l’Orso per il miglior contributo artistico va a Yo (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch e Banker White, documentario che fonde costruzioni in miniatura, case in scala e pupazzi, trasformando il lutto in un momento creativo capace di catturare memoria, invenzione e amore.
Ma se la Competition resta il cuore simbolico del festival, la sezione Perspectives ha offerto un altro segnale forte. Il premio per la miglior opera prima, finanziato dalla GWFF e dotato di 50.000 euro, va a Chronicles From the Siege di Abdallah Alkhatib. Anche qui il titolo parla chiaro: cronache da un assedio. Il cinema come testimonianza diretta, come archivio vivente. In un’epoca in cui le immagini circolano in tempo reale e si consumano con la stessa rapidità, la Berlinale sembra voler ricordare che il cinema ha un altro tempo, più lungo, più resistente.
La serata finale non è stata priva di tensioni. Wim Wenders, con la sua eleganza pedagogica, ha richiamato all’idea di un linguaggio comune: il cinema come alleanza, non come competizione tra attivismi. Berlino, ha detto, resta un luogo politicizzato. Lo è sempre stata. Ma la politica qui non è una parola gridata: è un’energia che attraversa i film, le sale, le discussioni.
Francesco Pensovecchio, classe 1969, è giornalista e risiede a Palermo. È Editor-in-Chief di Cinema & Berlinale. Ha collaborato con varie testate tra cui Wineinsicily per Assovini Sicilia, Slow Food Italia, Giunti Editore, Giornale di Sicilia, Gambero Rosso, Falstaff e Cronache di Gusto. Segue attivamente la Berlinale dal 2011.

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