15 Dicembre 2025

Cinema & Berlinale

News in italiano sul festival internazionale del cinema di Berlino

Robert Redford, l’ultima scena di un’icona sobria del Cinema mondiale

Robert Redford durante il WTTC Americas Summit 2012 in Messico. Foto del World Travel & Tourism Council

 

Robert Redford è morto a 89 anni, nella sua casa di Sundance, Utah, lasciando dietro di sé una delle eredità più significative della storia del cinema moderno. Con lui se ne va un volto simbolico di Hollywood, ma anche un pensatore silenzioso, un costruttore di immaginari, un uomo che ha cercato, con coerenza e discrezione, di difendere un’idea di cinema come forma d’arte e di resistenza civile.

Nato a Santa Monica nel 1936, Redford è stato protagonista assoluto della New Hollywood, incarnando una mascolinità sobria, etica, profondamente americana ma mai arrogante. Nei ruoli di truffatore malinconico (La stangata), giornalista integerrimo (Tutti gli uomini del presidente), cowboy romantico (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo), ha lasciato un segno che travalica le mode, radicandosi nella memoria collettiva.

Butch Cassidy and Sundance Kid (1969 ) / Robert Redford con Paul Newman; Madam Tussaud Hollywood. Metro Red Line: Hollywood & Highland Station

Ma Redford è stato anche molto altro. Come regista vinse l’Oscar già alla sua opera prima, Ordinary People (1980), un dramma famigliare asciutto, doloroso, che rivelava la sua capacità di scavare sotto la superficie. Fondatore del Sundance Institute e del festival omonimo, creato nel 1981, è stato tra i principali promotori del cinema indipendente americano, offrendo spazio e voce a intere generazioni di autori fuori dal sistema degli studios. Il Sundance Film Festival, nato come rifugio per il cinema “altro”, è oggi uno dei luoghi simbolo della creatività libera e non omologata.

Anche la Berlinale ha accolto il suo cinema: Quiz Show fu presentato fuori concorso nel 1995, mentre nel 2014 Redford contribuì al film collettivo Cathedrals of Culture, inserito nella sezione Berlinale Special. Due momenti che testimoniano il riconoscimento europeo del suo sguardo autoriale, discreto ma profondo.

In Cathedrals of Culture, Redford scelse di raccontare il Salk Institute, capolavoro architettonico firmato Louis Kahn. Il corto, girato in 3D, fa parte di una raccolta dedicata all’anima degli edifici, e Redford vi si avvicina con lo sguardo di chi conosce la fragilità umana. Il Salk Institute, oltre a essere un luogo di scienza e innovazione, era per lui un simbolo personale: da ragazzo visse l’angoscia della polio, e l’invenzione del vaccino da parte di Jonas Salk segnò profondamente la sua generazione. Con immagini scolpite nella luce e nella simmetria, accompagnate da voci e ricordi, Redford costruisce un omaggio al sapere, alla cura, alla bellezza funzionale. È un gesto poetico, quasi meditativo, che restituisce la sua cifra più intima: osservare, ascoltare, non dominare mai. Il suo impegno ambientale, politico e culturale è sempre stato parte integrante della sua figura pubblica, ma mai ostentato.

Oggi che se ne va, non resta solo il rimpianto per l’attore iconico, ma anche la consapevolezza che con lui perdiamo un modo diverso di abitare l’immaginario: più lento, più consapevole, più umano. Un cinema fatto di silenzi, paesaggi, conflitti interiori. Un uomo che ha sempre preferito il sentiero alla passerella.

Nel salutarlo, ci resta il dovere di custodire il suo esempio: che fare cinema, e fare cultura, significa anche scegliere dove stare. E saperlo fare con grazia.


 

Robert Redford e l’Europa: uno sguardo che ci riguarda

Se la sua America è fatta di canyon, western rivisitati e silenzi che interrogano, l’Europa ha saputo riconoscere in Robert Redford un alleato naturale. I festival lo hanno celebrato più per la coerenza che per l’autocelebrazione: dalla proiezione di Quiz Show a Berlino nel 1995, a Trudell nel 2013 (nella sezione NATIVe – Indigenous Cinema) al contributo per Cathedrals of Culture nel 2014, la Berlinale ha aperto spazi a un artista che ha sempre diffidato dei riflettori troppo accesi. Non era il classico americano in tour promozionale. Redford ha parlato al pubblico europeo con discrezione, ma con una forza che ci è familiare: quella della resistenza culturale, del lavoro silenzioso, del cinema come gesto civile. La sua lezione ci riguarda, e ci interroga ancora.


Nella foto Robert Redford durante il WTTC Americas Summit 2012 in Messico. Foto del World Travel & Tourism Council