Heimat, la Germania di Edgar Reitz adesso su PrimeVideo
Il Novecento tedesco firmato dal regista che ha vinto la Berlinale Kamera visto dal buco della serratura: intimo, poetico, inesorabile.
Mai ci saremmo aspettati di trovare Heimat – Una Cronaca tedesca su Prime Video, infilata tra serie americane, Woody Allen, Balle Spaziali, ed eleganti film d’azione come. The Gentleman . Eppure è lì, silenziosa, quasi nascosta. Come se stesse aspettando chi ha voglia di tornare a un altro tempo: quello della memoria, della lentezza e delle storie da raccontare.
La parola tedesca intraducibile, chiave di tutto, è proprio Heimat. Non è solo “casa”, non è solo “patria”, così è tradotta nei dizionari. È, oltre questo, l’insieme di radici, odori, silenzi, persino vuoti, che dipingono ciò che siamo. Edgar Reitz ha costruito intorno a questo concetto una delle opere più ambiziose e affascinanti della storia della televisione tedesca ed europea, un fiume narrativo che scorre tra il 1919 e gli anni Ottanta, seguendo le vite ordinarie (ma mai banali) della famiglia Simon nel piccolo villaggio immaginario di Schabbach. La produzione è del 1984.
Riscoperta oggi, grazie al festival che ha premiato Reitz con la Berlinale Kamera 2024, “Heimat – Eine deutsche Chronik” torna a parlarci con una forza sorprendente. Forse perché siamo stanchi delle narrazioni veloci, delle serie tutte ritmo e colpi di scena, e abbiamo bisogno di qualcosa che assomigli alla vita vera: lenta, fatta di sguardi, di partenze silenziose e ritorni impossibili.
Il primo episodio ci porta nel dopoguerra del 1919, con Paul Simon che torna dal fronte ma non riesce più a riconoscere il suo villaggio. Da lì inizia un viaggio lungo sette episodi, attraversando il nazismo, la guerra, la ricostruzione e l’avvento della modernità. Ma non aspettatevi grandi battaglie o svolte epiche: tutto succede nella dimensione del quotidiano, in cucina, per strada, nei silenzi delle stanze. Come in un album di famiglia in bianco e nero, dove però ogni tanto esplode il colore del sentimento, della musica, del dolore.
“Heimat” è girata con un rigore quasi etnografico, ma mai freddo. È una serie che osserva, che ascolta, che non giudica ma ricorda. Reitz, cineasta outsider rispetto al cinema commerciale tedesco, ha il coraggio di raccontare la Germania del Novecento non con le immagini ufficiali ma attraverso i piccoli gesti delle persone comuni. E questo la rende oggi più attuale che mai.
Sì, dura molte ore. Sì, richiede attenzione, pazienza, sensibilità. Ma chi si lascia prendere, scopre qualcosa di raro: la possibilità di abitare un tempo, invece che solo guardarlo. Una serie che è anche una lezione di storia, senza mai volerlo essere. Un’opera d’arte, nel senso più semplice e profondo del termine.
Oggi, in mezzo a mille contenuti usa-e-getta, “Heimat” è una piccola rivoluzione silenziosa. Un invito a scrutare e ricordare sentimenti dai quali siamo partiti. Noi italiani compresi.
Due le stagioni da vedere su Prime: 7 episodi nella prima, 13 nella seconda. Tra gli interpreti, Marita Breuer e Michael Lesch.
Su Prime Video, ecco il collegamento.
Francesco Pensovecchio, classe 1969, è giornalista e risiede a Palermo. È Editor-in-Chief di Cinema & Berlinale. Ha collaborato con varie testate tra cui Wineinsicily per Assovini Sicilia, Slow Food Italia, Giunti Editore, Giornale di Sicilia, Gambero Rosso, Falstaff e Cronache di Gusto. Segue attivamente la Berlinale dal 2011.

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