Berlin, Bahnhof Friedrichstraße 1990 by Konstanze Binder, Lilly Grote, Ulrike Herdin, Julia Kunert © Deutsche Kinemathek
La Berlinale rilegge gli anni Novanta tra post-Muro, crisi dell’Est e nuove identità urbane.
Lost in the 90s: tutti i film della retrospettiva e istruzioni per l’uso
Gli Anni Novanta possono considerarsi un decennio politicamente e socialmente instabile? La Berlinale 2026 affida alla sua Retrospettiva il compito di rileggere il periodo mettendo in luce immagini, identità e… macerie. Lost in the 90s registra anni caratterizzati dalla fine delle ideologie, dalla riunificazione tedesca, dal collasso dell’Est e dall’emergere di nuove soggettività urbane e razziali. E dove Berlino è il centro del mondo.

La Retrospettiva della Berlinale 2026 – di cui avevamo già parlato qui – costruisce così una mappa irregolare degli anni Novanta, tenendo insieme cinema politico, documentario, satira e fiction generazionale. Al centro c’è la frattura sociale e identitaria, e forse anche geografica. Dalla Germania post-Muro agli Stati Uniti della New Black Cinema, dall’Est europeo in dissoluzione alle controculture urbane, i film selezionati raccontano un decennio che si presenta come transizione.
Il programma attraversa la Berlino dei confini che cadono e delle periferie che esplodono (Berlin, Bahnhof Friedrichstraße 1990, Der Kontrolleur, Prinz in Hölleland), ma allarga subito lo sguardo: l’America di Spike Lee, John Singleton e della cultura hip hop come nuovo campo di battaglia simbolico (Bamboozled, Boyz n the Hood, Juice); l’Europa osservata da autori che lavorano sul tempo, sul corpo e sul paesaggio come Chantal Akerman e Kieslowski; l’Est post-sovietico raccontato tra rovina, fede e disincanto da Herzog, Farocki, Ujica e Khashevatsky.
Ne esce una retrospettiva senza comfort zone, che rifiuta l’idea degli anni Novanta come un decennio “superficiale”. Al contrario, Lost in the 90s mostra un cinema attraversato da urgenza politica, sperimentazione formale e rabbia generazionale.
Film in programma – Retrospettiva Berlinale 2026
Allemagne année 90 neuf zéro (Jean-Luc Godard, 1991)
Lemmy Caution attraversa una Germania in dissoluzione, popolata dai fantasmi della sua storia. Godard costruisce un collage stratificato di immagini, suoni e citazioni, riflettendo sulla fine delle ideologie e del cinema stesso.
Bamboozled (Spike Lee, 2000)
Un autore televisivo nero tenta di sabotare la propria carriera creando uno show basato su stereotipi razzisti. Il programma diventa invece un successo, trasformando la satira in un atto d’accusa contro i media e la cultura pop americana.
Berlin, Bahnhof Friedrichstraße 1990 (Binder, Grote, Herdin, Kunert, 1991)
Documentario osservazionale girato nella stazione simbolo della divisione tedesca. Guardie di confine e pendolari raccontano un passaggio storico mentre il confine tra Est e Ovest si dissolve fisicamente e mentalmente.

Boyz n the Hood (John Singleton, 1991)
Crescere a South Central Los Angeles significa convivere con violenza, droga e assenza di futuro. Singleton firma un manifesto del New Black Cinema, dove l’identità diventa una scelta di sopravvivenza.
Der Kontrolleur (Stefan Trampe, 1995)
Un ex guardia di confine della DDR non accetta la caduta del Muro e continua a “prestare servizio” in un posto di controllo abbandonato. Ritratto psicologico di un fanatismo incapace di estinguersi.
D’Est (Chantal Akerman, 1993)
Un viaggio da Ovest a Est, senza voce narrante. Akerman osserva paesaggi, volti e attese nell’Europa post-sovietica, trasformando il movimento in una meditazione sul tempo e sulla storia.
Glocken aus der Tiefe. Glaube und Aberglaube in Rußland (Werner Herzog, 1993)
Herzog esplora la spiritualità russa dopo il crollo dell’URSS, tra misticismo autentico e superstizione. Un film sospeso tra fascinazione, ironia e inquietudine.
Gorilla Bathes at Noon (Dušan Makavejev, 1993)
Un ufficiale sovietico rimasto solo a Berlino dopo il ritiro dell’Armata Rossa vaga in una città assurda e incomprensibile. Satira post-socialista che mescola fiction, documentario e archivio.
Im Glanze dieses Glückes (Feindt, Meerapfel, Reidemeister, Schumann, Trampe, 1990)
Cittadini della Germania Est parlano alla vigilia delle elezioni che porteranno alla riunificazione. Tra rimpianto, rabbia e paura del futuro, il film cattura un momento di sospensione storica.
Johanna d’Arc of Mongolia (Ulrike Ottinger, 1989)
Quattro donne occidentali in viaggio vengono “rapite” da una principessa mongola. Tra performance, etnografia e finzione, Ottinger costruisce un’utopia femminile fuori dal tempo.
Juice (Ernest R. Dickerson, 1992)
Quattro amici crescono ad Harlem tra hip hop e criminalità. Il desiderio di potere e rispetto trasforma l’amicizia in violenza, in uno dei ritratti più cupi della gioventù urbana americana.
La double vie de Véronique (Krzysztof Kieślowski, 1991)
Due donne identiche, una in Polonia e una in Francia, condividono un legame misterioso. Un film sensuale e metafisico sull’identità, il destino e la percezione invisibile dell’altro.
Lola rennt (Tom Tykwer, 1998)
Tre variazioni su una corsa contro il tempo nelle strade di Berlino. Cinema come loop, ritmo e possibilità, simbolo della rinascita pop e post-moderna del cinema tedesco.
Lola und Bilidikid (Kutluğ Ataman, 1999)
Nel Kreuzberg turco e queer di Berlino, una drag queen e il fratello minore cercano un’identità possibile. Dramma familiare e politico sul corpo, l’appartenenza e la migrazione.
Oranzhevye zhilety (Yury Khashevatsky, 1993)
Donne raccontano la propria condizione nel collasso dell’Unione Sovietica. Un documentario radicale sulla violenza strutturale del patriarcato post-socialista.
Party Girl (Daisy von Scherler Mayer, 1995)
Arrestata dopo una festa illegale, una ragazza newyorkese trova lavoro in biblioteca. Commedia indie che trasforma l’estetica Gen X in gesto politico leggero ma consapevole.
Prinz in Hölleland (Michael Stock, 1993)
Un tossicodipendente vive ai margini del Kreuzberg queer e underground. Film duro e irregolare, ritratto di una Berlino pre-gentrificazione, fragile e autodistruttiva.
Raspad (Mykhailo Belikov, 1990)
Dopo Chernobyl, un giornalista tenta di raccontare il disastro. Un film apocalittico e visionario, dove il crollo nucleare diventa metafora di un sistema in decomposizione.
Slacker (Richard Linklater, 1990)
Un flusso continuo di incontri e dialoghi tra giovani senza direzione. Cinema minimo e improvvisato che diventa manifesto generazionale.
So schnell es geht nach Istanbul (Andreas Dresen, 1991)
Un giovane turco cerca moglie a Berlino Est per guadagnare di più e tornare in patria. Commedia breve e acuta sul lavoro, l’identità e il confine.
Sunny Point (Wolf Vogel, 1995)
Un produttore occidentale simula una seconda fuga da Berlino Est per ottenere fondi statali. Satira amara sulla memoria opportunistica della riunificazione.
Tito pro drugi put među Srbima (Želimir Žilnik, 1994)
Un attore impersona Tito per le strade di Belgrado. Le reazioni dei passanti diventano un termometro politico della nostalgia e del conflitto irrisolto.
Videogramme einer Revolution (Harun Farocki, Andrei Ujica, 1992)
La rivoluzione rumena del 1989 raccontata minuto per minuto attraverso immagini televisive e amatoriali. Un nuovo modo di fare storia con il cinema.
Wildwood, NJ (Leitman, Weaks Cassidy, 1994)
Girato in Super 8 da una troupe tutta al femminile, il film racconta l’estate di giovani donne sulla Jersey Shore. Sotto il sole, emergono desideri, frustrazioni e contraddizioni.
La pagina del programma “Retrospettiva” sul sito della Berlinale

Articolo a cura della redazione

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