Anwar Hashimi e Shahrbanoo Sadat in No Good Men di Shahrbanoo Sadat © Netflix
A Berlino si comincia con una commedia politica ambientata a Kabul
No Good Men di Shahrbanoo Sadat inaugurerà la 76ª edizione della Berlinale
La data del film della regista afghana Shahrbanoo Sadat è fissata per il 12 febbraio 2026, una prima mondiale. No Good Men è una coproduzione internazionale (Germania, Francia, Norvegia, Danimarca e Afghanistan) che combina elementi di commedia romantica e dramma politico. La sceneggiatura e la regia sono di Sadat, che interpreta anche la protagonista, Naru, camerawoman di una emittente televisiva di Kabul convinta fin dall’inizio che “non esistano uomini buoni” nel suo paese. La narrazione si evolve quando un collega, il reporter Qodrat, la porta con sé in un incarico poco prima del ritorno dei talebani, spingendola a riconsiderare le sue convinzioni.
L’apertura con il film di Sadat segna una scelta coerente con l’impronta internazionale e politica della Berlinale: una voce autoriale che proviene da un contesto geopolitico complesso e che negli anni ha costruito un proprio linguaggio narrativo. Sadat è già conosciuta per Wolf and Sheep (2016) e The Orphanage (2019), opere presentate in importanti festival e sostenute anche dal Berlinale World Cinema Fund.
La direzione artistica del festival, guidata da Tricia Tuttle, ha definito Sadat «una delle voci più stimolanti del cinema mondiale», sottolineando come No Good Men rifletta l’impegno della regista nel dare visibilità alle esperienze vissute dalle donne afghane attraverso un racconto che combina elementi affettivi e politicamente intensi.
Il festival proseguirà fino al 22 febbraio 2026, presentando un programma ampio e diversificato nelle sezioni principali e parallele, tra cui Special, Panorama e Generation.
Qualche riflessione: la scelta di No Good Men sembra confermare la tendenza del festival di puntare su opere che intrecciano impegno sociale, prospettive e contaminazioni di genere. Non spettacolarizzazione obbligata, anzi, la strada punta ad cinema riflessivo e attento al dialogo internazionale. Questo orientamento è sempre stato parte del DNA del festival e ribadisce una volontà precisa: collocare il punto di vista e la voce dell’autore al centro, così come la sua capacità di interrogare contesti globali.
Qualche rischio? Forse. Decisivi i criteri di selezione che mettono in campo storie che sfidano le convenzioni e che invitano il pubblico a riconsiderare presupposti culturali e sociali consolidati. In tal senso, la scelta di Sadat è un segnale politico: un invito a guardare oltre i confini occidentali del cinema d’autore, interrogandosi su cosa significhi raccontare vite e identità in contesti attraversati da conflitti, diversi schemi socio-culturali e tensioni di potere. Endeavor che la Berlinale codifica come proprio tratto distintivo anche per questo 2026.

Articolo a cura della redazione

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