Donghwa arriva in macchina sulla collina dove vive la famiglia di Junhee, sua amica di lunga data. L’ha accompagnata per una breve visita ai genitori, ma l’incontro si trasforma in un’intera giornata trascorsa nella grande casa immersa nella natura. Il padre di Junhee è un uomo gentile e curioso; la madre, poetessa, mostra un’attenzione premurosa e leggermente distaccata. C’è anche una sorella più giovane e dallo spirito libero che si muove con disinvoltura tra gli ospiti e non nasconde un’ironia sferzante.
All’interno della casa e nel giardino si susseguono conversazioni e piccoli rituali quotidiani. Si parla di poesia, di scelte di vita, di scrittura, con un tono oscillante tra la cordialità formale e un’intimità che, pur desiderata, non riesce ad essere stabile. I personaggi si osservano, si studiano, si raccontano ma sino ad un certo punto. Un’escursione pomeridiana verso un tempio buddista apre un diverso momento d’incontro, tra la sacralità del luogo e il brusio dei pensieri.
La cena porta con sé l’inevitabile vino di riso, e con questo si sciolgono le rigidità. Le battute diventano più taglienti, le confessioni più dirette. Donghwa, aspirante poeta ma incerto sul proprio talento, viene messo alla prova. Le parole dette, ma soprattutto quelle non dette, compongono un affresco emotivo sempre più complesso. Alla fine, quando la giornata si chiude e i saluti diventano solenni, rimane un senso di incompiutezza, come se qualcosa fosse cambiato senza saper dire esattamente cosa.
Nel cinema di Hong Sangsoo, ogni storia è una scusa per scavarne altre. Ma in What Does That Nature Say to You, questa “scusa” è più silenziosa del solito. Qui non accade nulla, come in quei pomeriggi di fine agosto nei quali giunge la consapevolezza che l’estate è finita.
Il film sembra un acquarello di Claude Monet: colline morbide, campi fioriti, acqua, ninfee. Calma. Ma la natura evocata nel titolo non è solo un elemento scenografico: è una presenza che circonda i personaggi come uno specchio non giudicante. La natura delle relazioni, della sensibilità, dell’ambivalenza.
In questo piccolo teatro domestico, Hong dispiega la sua, ormai nota, grammatica: inquadrature fisse, zoom improvvisi, dialoghi volutamente goffi, ritmo incerto. La messa in scena è essenziale, ma mai spoglia. Ogni elemento, ogni pausa, ogni bicchiere versato o gesto impacciato è un segnale. Lo spettatore, se accetta di entrare nel flusso, si trova coinvolto in un cinema dove regnano le intuizioni del sentimento.
Il nodo centrale, se c’è, è il confronto tra autenticità e rappresentazione. Donghwa viene accolto come poeta, ma viene anche sfidato, quasi provocato. È consapevole? Nel mentre, il film trova il suo equilibrio nel lasciare aperte le domande e nel non chiudere mai il cerchio.
What Does That Nature Say to You non è un film per chi cerca forti sollecitazioni. È un film sussurrato, che cerca uno spazio, un piccolo respiro in una storia più grande, che tuttavia rivendica attenzione e dignità d’essere.
Il film sul sito della Berlinale
Geu jayeoni nege mworago hani / What Does That Nature Say to You
di Hong Sangsoo
Con Ha Seongguk, Kwon Haehyo, Cho Yunhee, Kang Soyi, Park Miso
Corea del Sud, 2025 – 108’ – Colore – Coreano – Prima mondiale
Regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, musica, sound design e produzione: Hong Sangsoo
Di Hong Sangsoo segnaliamo anche:
- Yeohaengjaui pilyo (A traveller’s needs) di Hong Sangsoo. L’abisso emotivo delle parole (Berlinale 2024)
- Introduction, amore e minimalismo (Berlinale 2021)
- The Woman Who Ran, la donna che correva. Senza fretta (Berlinale 2020)
Francesco Pensovecchio, classe 1969, è giornalista e risiede a Palermo. È Editor-in-Chief di Cinema & Berlinale. Ha collaborato con varie testate tra cui Wineinsicily per Assovini Sicilia, Slow Food Italia, Giunti Editore, Giornale di Sicilia, Gambero Rosso, Falstaff e Cronache di Gusto. Segue attivamente la Berlinale dal 2011.







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